mercoledì 10 ottobre 2012

I sette peccati delle relazioni pubbliche. Settimo: complicare il linguaggio


L'ultimo della serie di errori che, secondo la Crenshaw, bollano i relatori pubblici come dilettanti è il Peccato no. 7: Complicare il linguaggio. Purtroppo, questa pessima pratica non si limita ai dilettanti. Invece di “unico”, “integrato”, “leader nel settore”, “soluzione strategica”, possiamo imparare a scrivere e parlare utilizzando parole più semplici e potenti? Beati coloro che comunicano in modo chiaro. (traduzione tratta dal sito Ferpi).

Come non essere d’accordo ? Proprio come sostiene l’autrice, si tratta di un peccato diffusissimo. Quante volte abbiamo evitato di usare questi termini in comunicati stampa, articoli, presentazioni per trovarceli in seguito inseriti ? (magari da qualcuno che per questo avrà giudicato il nostro stile troppo dimesso…). Quante aziende che a mala pena sopravvivono si autodefiniscono “leader di settore” ? Per saperlo basta inserire le frasi fatte su Google…

Il parere più autorevole in materia di semplificazione del linguaggio è  quello di Luisa Carrada, autrice di Il mestiere di scrivere che nel suo blog è tornata sull’argomento svariate volte. Vale la pena di citare alcuni suoi post (di cui riporto solo una parte, consigliandone però la lettura completa).  Sul sito ce ne sono molti altri, si trovano con i tag Ferri del mestiere e Lingua italiana. 


“Nella mia black list personale di parole da non usare ce ne sono parecchie e in questo passaggio d’anno ce ne butto altre due, usatissime nella comunicazione aziendale e inutili nel 95% dei casi.
Sono i verbi procedere e provvedere, seguiti da un verbo all’infinito o da un sostantivo:
provvedere al pagamento > pagare
procedere all’invio > inviare
Cominciate a farci caso e a toglierli. Le frasi saranno più brevi e più semplici, ma soprattutto più eleganti.
Less is more: era il motto di 
Mies van der Rohe
, creatore di architetture essenziali e leggerissime, slanciate verso il cielo.”

Chissà, forse il burocratese che abbonda nel linguaggio di altre funzioni aziendali (amministrazione, segreteria...) ha contagiato anche i comunicatori, che invece dovrebbero essere abituati a un linguaggio sintetico, tratto dal giornalismo.

In Insidiosi e formali aggettivi:

“Nella comunicazione di impresa, soprattutto quella di marketing, gli aggettivi sono una questione abbastanza spinosa.
In primo luogo perché la tendenza è quella di metterne troppi: perché rinunciare ad aggiungerne uno o due, almeno per arrivare al fatidico numero tre?
Un prodotto informatico non può che essere (almeno) flessibile, integrato e friendly.
Un servizio (qualsiasi) è (altamente) professionale, affidabile, tempestivo.
Uno stracchino morbido, gustoso e leggero.
Un bagnoschiuma delicato, profumato e rigenerante.
Poi ci sono aggettivi che viaggiano incollati a determinati sostantivi:

stimolante prefazione
prezioso suggerimento
suggestiva veduta
fattiva collaborazione
attiva partecipazione
significativa importanza
ambizioso obiettivo
eventuali ulteriori chiarimenti
opportuno approfondimento
esemplare comportamento
istruzioni operative

Il messaggio che implicitamente mandano è di brochureware o marketese, comunque di qualcosa di standard e scontato.”


Sa molto di copiato (dai testi altrui). Mancanza di fantasia, di capacità ?
Il rischio è di dare l’impressione, per chi pubblicizza questi prodotti/servizi, di essere il primo a non essere convinto dei pregi che decanta.




sabato 22 settembre 2012

Espresso Coworking going on...

E' in corso Espresso Coworking, la prima nonConferenza nazionale sul Coworking e il Lavoro, ad Alessandria, presso la Casa di Quartiere di Via Verona. I lavori occuperanno tutto il week end. Una trentina i relatori da tutta Italia, fra rappresentanti delle istituzioni, coworking manager, professori universitari, fondatori di network di imprese, liberi professionisti che quortidianamente vivono e promuovono il coworking con la loro attività professionale. 

Questa mattina tavole rotonde, sulle prospettive del coworking e il futuro dei lavoratori a partita IVA, con la partecipazione dei rappresentati dell'ACTA, l'associazione che riunisce i lavoratori del terziario avanzato.

Nel pomeriggio barcamp e workshop su tematiche proposte dai partecipanti.

EspressoCoworking è organizzato da lab121, community alessandrina di coworking, che in circa due anni di vita ha riunito oltre 300 soci.

lunedì 6 agosto 2012

I 7 peccati delle relazioni pubbliche: Sesto: confondere relazioni pubbliche e comunicati stampa




Il penultimo peccato della sua serie di 7, che la Crewshaw stigmatizza in un articolo tradotto sul sito Ferpi richiama un modus operandi purtroppo molto diffuso da certe agenzie di comunicazione:

Peccato no. 6: Pensare che Rp sia uguale a comunicato stampa. Una delle cose che mi irrita di più sono i clienti o le aziende che equiparano un programma di relazioni pubbliche a un flusso di notizie ottimizzate per i motori di ricerca pubblicate a pagamento . Non lo è e l’acquirente che opera così si sminuisce. (traduzione mia).

Ci riempie la bocca parlando di SEO per propinare all’ignaro cliente, che spesso di relazioni pubbliche non sa molto e di SEO ancora meno, l’idea (ovviamente presentata come “innovativa”) di sfornare una serie di comunicati stampa zeppi di parole chiave in modo che Google li spari ai primi posti. Pazienza se il contenuto non ne è all’altezza.

Ora, se le tecniche SEO sono utili, e spesso indispensabili per talune realtà (pensiamo ai negozi online che vendono tutti le stesse cose e che hanno come unica possibilità per battere la concorrenza quella di farsi trovare prima dall’acquirente), nelle relazioni pubbliche le cose cambiano un po’.

Dato che stiamo parlando di comunicato stampa e non di annuncio pubblicitario, si suppone che in questo caso non si debba vendere (direttamente). Il comunicato stampa serve – lo dice il suo nome –per comunicare qualcosa. A qualcuno. Il “qualcuno” non è“tutti”, è un interlocutore selezionato, che trova l’informazione non perché è al primo posto nei motori di ricerca, ma perché gli è stata inviata lì dove lui si trova. Che significa, semplicemente, utilizzare i canali (portali, siti, blog, ecc.) che l’interlocutore legge. In questo modo le informazioni da comunicare arriveranno a destinazione, anziché perdersi tra tanti articoli tutti uguali e tutti a turno in cima ai motori, ma che nessuno legge perché inviati a casaccio.






venerdì 3 agosto 2012

Il quinto peccato delle relazioni pubbliche: abusare del peso pubblicitario




Quinto post per la serieI 7 peccati delle relazioni pubbliche” tratto dall’articolo di Dorothy Crenshaw pubblicato su PrDaily e tradotto da Ferpi per il proprio sito.

Peccato no 5: Usare (o abusare) del peso pubblicitario. La maggior parte dei professionisti ha un aneddoto su un cliente che insiste nel cercare di sfruttare l’acquisto di spazi pubblicitari per generare una copertura editoriale, o che minaccia di ritirare una pianificazione se il pezzo non è almeno positivo. La verità è che questo può funzionare, ma raramente vale il costo in termini di relazione. Ed è noto che spesso questa modalità di azione finisce col ritorcersi contro chi la mette in atto.
(traduzione Ferpi)

Qui c'è più di un peccatore, e una parte di “colpa” ricade sulle spalle dei media che offrono la possibilità di pubblicare notizie gratuite alle aziende che acquistano spazi pubblicitari. E’ il caso delle riviste di settore, che hanno un pubblico molto selezionato, composto dagli operatori professionali legati al settore di riferimento. Le pagine di queste riviste si caratterizzano per alcuni articoli ad alto contenuto tecnico, scritti da giornalisti competenti nella materia e da una serie nutrita di contenuti forniti dalle aziende inserzioniste. Alcuni sono validi e interessanti per chi è nel campo, altri sono a sfondo più divulgativo ma comunque possono essere utili per qualcuno. Dato il taglio chiaramente professionale di queste pubblicazioni e la tiratura limitata, non c’è proprio niente da scandalizzarsi se la possibilità di pubblicare articoli è offerta dietro l'acquisto di spazi pubblicitari. L’unico modo per queste pubblicazioni, che comunque sono utili per una categoria di persone, è quella di alimentarsi vendendo spazi pubblicitari e publi-redazionali. E' una regola del settore, punto. Chi legge e scrive su queste riviste la conosce e la accetta.

Il peccato sarebbe piuttosto limitarsi ad acquistare spazi pubblicitari o a pubblicare redazionali senza sfruttare adeguatamente – in termini di comunicazione – la ricaduta che la pubblicità genera.

Per sapere come farlo, segnalo i seguenti post, che approfondiscono l’argomento e propongono soluzioni concrete.





domenica 29 luglio 2012

Il comunicato stampa uffciale di Lab121 per Espresso Coworking

Espresso Coworking

Prima nonConferenza nazionale di coworking e lavoro

Sabato 22 e domenica 23 Settembre 2012 – Alessandria

Condividere conoscenze, strumenti e progetti, questi i valori fondanti del coworking e l’oggetto della nonConferenza nazionale, che nelle giornate di sabato 22 e domenica 23 settembre in Alessandria darà voce ai temi di “coworking e lavoro”.

I membri delle comunità di coworking, i freelance, le imprese e tutti coloro che desiderano un nuovo modo di lavorare, si danno appuntamento a Espresso Coworking per innescare opportunità, attivare reti multi-professionali e processi di lavoro innovativi.

Come un megafono permette a una sola persona di far sentire forte la propria voce, Espresso Coworking farà sentire forte e chiaro più voci contemporaneamente.

I coworking manager confronteranno le loro esperienze, le istituzioni illustreranno le possibili prospettive del mercato del lavoro, coworker e partecipanti in “dialogo aperto” condivideranno nuove modalità di lavoro e collaborazioni professionali.

Essere parte attiva della nonConferenza è semplice. Ogni persona potrà esprimere la propria opinione sul mondo del lavoro e nel contempo partecipare a workshop e business speed meeting per ampliare la propria rete di contatti professionali.

Nella giornate di Espresso Coworking, al mattino vi saranno tavoli di discussione “extra-large” con ospiti, in dialogo aperto con tutti i partecipanti. Il primo pomeriggio sarà dedicato a workshop e barcamp tematici per scoprire progetti di successo a cui ispirarsi.

Espresso Coworking è anche un mix di incontri conviviali, pranzi, cena e concerto, perché si lavora bene quando si sta bene insieme!

Aspettando Espresso Coworking, la prima non-conferenza nazionale sul Coworking e il Lavoro

E' organizzata da Lab121 - associazione alessandrina di coworkers - la prima (non) conferenza nazionale di coworking, Espresso Coworking, in programma ad Alessandria nel week end del 22 e 23 settembre.

Una due-giorni con un programma densissimo di interventi, tavole rotonde, dibattiti, laboratori, barcamp in cui si discuterà di un nuovo modo di lavorare, il coworking, del suo presente e delle prospettive future.

Molti i relatori invitati a vario titolo e anche le istituzioni avranno modo di dire la loro.

La kermesse prevederà anche momenti più leggeri, come pranzi e cene conviviali e il concerto di Eusebio Martinelli & The Gipsy Abarth Orkestar.

Nella foto, i coworkers dell'Ufficio Stampa di Lab121 al lavoro per preparare la campagna sui media.

lunedì 23 luglio 2012

I sette peccati delle relazioni pubbliche. Quarto: l'approccio on/off

Quarto post della serie “I 7 peccati delle relazioni pubbliche “ per il quarto peccato nell’elenco stilato dalla Crenshaw.

Peccato no 4: L’approccio on/off. Questo errore riguarda i clienti. Alcune aziende pensano ai relatori pubblici come ad un rubinetto che possono aprire o chiudere a seconda dei bilanci o dell’andamento del business. Grande errore. Le Rp funzionano meglio come strumento di branding a lungo termine, a differenza della promozione delle vendite o della vendita diretta. Qui c’è un grande rapporto costo/opportunità. (Traduzione tratta dal sito Ferpi)

Non sono solo i relatori pubblici che sbagliano. Il quarto errore riguarda le aziende. A rigor di logica la Crenshaw avrebbe potuto scansare di inserirlo, tanto più che non usa mezze parole verso i relatori pubblici da lei definiti “dilettanti”.

E allora, i relatori pubblici devono pagare anche per i “peccati” degli altri ? Parrebbe di sì, e non solo perché lo dice la Crenshaw. Piuttosto perché gli errori di comunicazione delle aziende pesano parecchio sulla categoria che dalla comunicazione dovrebbe trarre il proprio prestigio e il proprio sostentamento.

Peccato quanto mai diffuso, soprattutto nelle realtà di dimensioni minori (ma non solo), che hanno il budget come unico criterio di riferimento, è frutto, manco a dirlo, della endemica mancanza di cultura della comunicazione organizzata che caratterizza molte aziende italiane.

Se non si mettono al centro delle politiche aziendali le relazioni con i pubblici di riferimento, i contatti con l’ambiente in cui un’organizzazione è inserita (visto che non sta sulla luna e nemmeno in mezzo a un deserto) non si arriva a comprendere che il lavoro del relatore pubblico deve essere continuativo. Le relazioni non si coltivano a singhiozzo, altrimenti non funzionano. A singhiozzo si può stampare una brochure, aggiornare un sito, emettere un comunicato stampa. Naturalmente il valore di queste azioni sporadiche risulterà molto diluito, al punto che talvolta sarà vanificato.

E allora, come fare a educare gli imprenditori a comunicare in maniera organizzata e continuativa ? Mostrando loro prima di tutto che lo si può fare a basso costo. Prima li si convince di questo, poi gli si mostra che la comunicazione funziona. Esattamente in questo ordine.

Non ha certamente costi rispondere alle e-mail che si ricevono (se vi sembra una banalità provata a contattare qualche azienda) ed è proprio il minimo che si può fare per comunicare con i propri pubblici.

Il costo che l’azienda ha sostenuto per far fare un sito con una sezione dedicata alle News si rivelerà inutile se non si provvederà ad aggiornare questa sezione, lasciandola languire mesi e anni senza contenuti.

A volte basta veramente poco per distinguersi dagli altri, come avere un profilo aziendale pronto per quando il giornalista telefona (lo fanno, anche alle piccole imprese), per quando si va in fiera, ecc. E sono necessari pochi accorgimenti per gestire l’interesse che l’azienda suscita quando comincia ad “apparire in pubblico”.

L’agenzia o il libero professionista delle relazioni pubbliche possono sottolineare ogni occasione di comunicazione, per creare continuità ed evitare le azioni spot, tanto belle quanto inutili.

venerdì 13 luglio 2012

I sette peccati dei relatori pubblici. Terzo: fare spam

Terzo post per il terzo peccato dei relatori pubblici, individuato da Dorothy Crenshaw e ripreso da Ferpi, cui si deve la traduzione riportata qui di seguito:

Peccato no: 3: Fare spam. I più disperati (o ignoranti) tra noi sono chiamati su base settimanale alla sfida definita come “innaffia e prega". Ma vale la pena ripeterlo. Non è un comportamento in assoluto sbagliato ma quantomeno è poco professionale. Un approccio personalizzato funziona sempre meglio.

Inviare comunicati stampa a pioggia anche a giornali/riviste ecc. che per l’argomento che trattano non possono essere minimamente interessati, o inviarli alla stampa di settore ma senza averli personalizzati sulla base dei lettori tipo, o ancora intasare le caselle di posta altrui con campagne di e-mail marketing fatte magari bene ma inviate al target sbagliato. Sono esempi dei casi in cui più frequentemente si spargono le notizie a pioggia sperando che qualcuno le raccolga, le giudichi degne di nota e le pubblichi.

Per il relatore pubblico “dilettante” (per usare la definizione della Crenshaw) oppure alle prime armi, consigliamo la lettura del dossier di Sergio Zicari, scaricabile qui, in cui l'autore spiega molto chiaramente come preparare un piano della comunicazione con i media e, nella fattispecie, come selezionare le testate da contattare per l’invio dei propri comunicati stampa. Il dossier è particolarmente interessante per chi lavora nelle PMI.

Anche se spesso si tratta di un peccato veniale, dovuto alla fretta o all’ansia di diffondere una notizia, o all’ingenuità che fa sopravvalutare la portata di una notizia (il dossier approfondisce anche questo aspetto), se ne può anche trarre una diversa conclusione: una mancanza di pensiero strategico da parte dell’azienda, che non è veramente interessata a individuare i suoi pubblici di riferimento rivolgendo loro messaggi mirati. Quindi si limita a diffondere comunicazioni a una via. Non importa che siano ricevute da qualcuno perché non importa avere un feed back. In queste organizzazioni il relatore pubblico è relegato al semplice ruolo di portavoce della coalizione dominante, e non è nemmeno un “peccato” suo quello di inviare comunicati stampa a pioggia, perché spesso è quanto gli viene richiesto. Nel contempo, l’unico metro di valutazione della riuscita di un intervento comunicato è l’output, la quantità di clip di giornale che riprendono la notizia.

Più che essere un peccato commesso da dilettanti, si tratta di un peccato intrinseco a una concezione della comunicazione vecchio stampo, più simile alla Press Agentry di Barnum che non alla comunicazione a due vie di Grunig. Sarà possibile non commetterlo più solo quando si sarà diffusa una maggiore cultura delle relazioni pubbliche come asset strategico delle organizzazioni, e della comunicazione come il principale strumento per costruire delle vere relazioni con i pubblici di riferimento.

martedì 10 luglio 2012

I sette peccati dei relatori pubblici. Secondo: non rispettare le deadline

Questo è il secondo post di una serie di sette, ispirati all’articolo di Dorothy Crenshaw sui 7 peccati dei relatori pubblici, tratto dal sito Ferpi.

Il secondo peccato secondo la Crenshaw è:

Non rispettare le deadline. Un’occasione mancata sui media. Una proposta inviata troppo tardi. Una buona idea partorita quando sono usciti già troppi articoli. Questa è un errore tattico. Le deadline sono sacre nel gioco delle Rp e mancarne una è un crimine punibile con l’espulsione dal business.
(traduzione del testo tratta dall’articolo di Ferpi).

Non rispettare le deadline significa molto di più che inviare i comunicati stampa in ritardo: vuole dire sostanzialmente non saper cogliere le occasioni e, peggio ancora, non vedere i rischi.

Una delle capacità che fondano l’attività del relatore pubblico è quella di tenere gli occhi e le orecchie ben aperti e il cervello attento agli stimoli del mondo esterno, in modo da approfittare delle occasioni non appena si presentano. Tra le competenze che il relatore pubblico dovrà obbligatoriamente possedere in futuro Toni Muzi Falconi indica “curiosità e inquietudine”:

E inoltre:

Una conoscenza professionale delle piattaforme dei media sociali – I professionisti devono sapere come utilizzare questi strumenti che hanno messo la vera potenza del social web a portata di tutti.

Un relatore pubblico non può più esimersi dal saper cogliere prontamente gli stimoli dell’ambiente esterno all’organizzazione (ma è indispensabile farlo anche per quello interno) e dall’essere presente e attivo là dove la gente si ritrova anche virtualmente.

Chi dorme tra quattro guanciali potrebbe farsi sfuggire delle questioni importanti: le issue che, se non affrontate in fase iniziale, quando possono essere gestite in maniera favorevole all’azienda, potrebbero con il tempo suppurare, se ignorare, e creare pericolose infezioni nel tessuto sociale e relazionale in cui l’organizzazione è inserita, costringendola al rischioso gioco di difesa della comunicazione di crisi.

Sempre Toni Muzi Falconi inserisce tra le competenze del professionista di relazioni pubbliche la capacità di raccogliere dati (desk analysis) e identificare le questioni chiave (issue analysis), come competenze non fini a se stesse ma propedeutiche all’identificazione dei pubblici di riferimento (ogni issue ha il suo pubblico) con cui l’azienda dovrà entrare in relazione. Che è poi il nucleo del suo lavoro.

mercoledì 4 luglio 2012

I 7 peccati dei relatori pubblici. Primo: promettere e non mantenere

Il portale della Federazione Relazioni Pubbliche (Ferpi) riporta in questi giorni un articolo del PR Daily scritto da Dorothy Crenshaw, secondo PR Week una delle 100 donne più influenti nel settore delle Relazioni Pubbliche.

Crenshaw elenca quelli che a suo parere sono i 7 peccati mortali del relatore pubblico, in grado, se commessi, di macchiarne la reputazione facendolo bollare come un dilettante.

Ho deciso di approfondirli uno per uno, con 7 post di seguito, per vedere se veramente si tratta di errori così terribili, quali le motivazioni, le eventuali scusanti e le contromisure per evitarli. Il testo di ogni “peccato” è stato tratto dal sito Ferpi.

Peccato no. 1:
Promettere quello che non si è certi di poter mantenere.

"Si tratta di un osso duro, perché i risultati in termini di notorietà non possono essere previsti in modo totalmente preciso. Al culmine della “battaglia”, è facile per un team di agenzia “esagerare” il potenziale ritorno sugli investimenti. A volte queste semplici aspettative sono ingigantite da lunghe trattative. Nel peggiore dei casi, si tratta di una totale incapacità di deludere le aspettative del cliente. Di solito, vi aspetta l’inferno".

Una delle difficoltà maggiori per chi si occupa di relazioni pubbliche è quella di effettuare una valutazione del proprio operato in maniera tale da giustificare al cliente o datore di lavoro (a seconda che il professionista operi autonomamente o in azienda) il ritorno dell’investimento. Quello del ROI delle relazioni pubbliche è uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni. Dalla capacità di dimostrare il valore - anche e soprattutto in termini economici – del lavoro di relazioni pubbliche dipendono molte cose: la possibilità per il professionista di mantenere il cliente, il prestigio del relatore pubblico in senso individuale e come categoria, la reputazione delle relazioni pubbliche come asset strategico per il raggiungimento degli obiettivi aziendali, il budget, il numero dei collaboratori e altri vantaggi di cui il comunicatore in-house potrà disporre in futuro.

Per non commettere questo “peccato” è essenziale rapportarsi con il cliente/datore di lavoro con la massima trasparenza, chiarendo il più possibile (mettendolo anche per scritto) quelli che sono gli obiettivi di una campagna di relazioni pubbliche in generale e quello che ci si può aspettare o non aspettare da uno specifico intervento.

Attualmente le competenze relative ai metodi e modi di valutazione delle azioni di relazioni pubbliche sono tra le meno approfondite tra quelle in possesso degli operatori. Probabilmente anche tra le più trascurate a livello di formazione. Confrontiamo per esempio la proliferazione di corsi su come fare le rp con i social media con l’offerta formativa nel campo della valutazione per avere un’idea. Lavorare su questo punto sarebbe di sicuro aiuto per tanti relatori pubblici, esperti o meno.

Le aspettative elevate di molti imprenditori possono anche essere conseguenza di quella mancanza di cultura in comunicazione spesso sottolineata con rabbia e rammarico da chi fa questo lavoro e si confronta con limiti e ostacoli che prima che economici sono mentali.

Accrescere la cultura della comunicazione significa anche spendere ogni volta qualche parola in più con i clienti per effettuare un paziente lavoro di semina di idee e concetti consapevoli che solo con il tempo se ne raccoglieranno i frutti. Da evitare invece assolutamente il “peccato mortale” di esagerare di proposito i risultati per accaparrarsi il cliente, una tentazione che i più fragili e i meno onesti, in tempi di crisi e scarsità, potrebbero trovare irresistibile. Pena: non solo la perdita del cliente che, dopo una campagna sbagliata non vorrà più saperne di noi, ma l’inizio di un passaparola alquanto dannoso.

mercoledì 30 maggio 2012

Digital Pr ? Impariamo a farle da Lady Gaga

E’ la migliore community manager al mondo . Così definisce la cantante Marco Massarotto, A.D. di Hagakure e moderatore del seminario Ferpi “Digital Relations: come i social media cambiano le relazioni pubbliche”, evento del Digital Experience Festival in corso in questi giorni a Torino.

Lady Gaga, che da sola ha più follower su Twitter di quanti ne abbiano gli abitanti dell’intera Svezia, vanta una capacità straordinaria di coinvolgere milioni e milioni di fan (i suoi “little monsters”) con i tweet. Il suo segreto ? You inspire me ! Voi mi ispirate, dice loro, e se siano più loro a ispirare lei, o viceversa, non lo sappiamo. Quel che è certo è che la sentono vicina, presente, amica.

E’da lei che devono prendere esempio le aziende che vogliono creare community di fan usando i social media per intrecciare relazioni autentiche e costruttive. Considerando i loro pubblici persone, con interessi, passioni, gusti e capacità critiche, interlocutori di tutto rispetto, non solo portafogli cui attingere.

E’ il succo del dibattito che si sviluppa tra Maurizio Spagnulo, Media&Digital Marketing Director di Fiat Group Automobiles, Antonella Lanfranco, Marketing Director di Bacardi Martini e Marco Este di La Stampa. Due aziende e un editore che, con modalità spesso diverse, si sono affacciati al mondo dei social network da alcuni anni, instaurando un dialogo con i loro stakeholder.

Tutti e tre sottolineano la complessità dell’instaurare i rapporti su un piano di reciprocità e di autenticità, il notevole dispendio di tempo (le relazioni digital richiedono personale dedicato), la necessità di integrare questo tipo di comunicazione in una strategia globale. Un lavoro impegnativo ricambiato da notevoli soddisfazioni, come quando si viene a sapere che anche Marchionne segue i social network , dice Spagnulo, perché ne riconosce l’importanza.

I social network sono ancora, per la maggior parte di noi, uno strumento in gran parte sconosciuto, lo provano le difficoltà di convincere la forza vendita della bontà di fare pubblicità su Facebook anziché sulle reti televisive - racconta Antonella Lanfranco – perché il pubblico giovane si è spostato lì e lì va raggiunto.

Sono anche un formidabile strumento di informazione per i giornalisti, secondo Marco Este, Twitter in testa. La Stampa online ha già sfruttato l’opportunità: per esempio quando la photogallery sulla festa per il ritorno in A del Toro è stata costruita selezionando le migliori foto inviate con i tweet.

Bello e complicato il rapporto con i blogger, i più influenti sono invitati alle conferenze stampa, spiega la Lanfranco, ma di tutti deve essere valutata la credibilità, sottolinea Spagnuolo, mentre per la stampa è cruciale distinguere le notizie vere da quelle false, fa presente Este.

martedì 8 maggio 2012

Twitter e Barbera, comunicare il vino in modo innovativo

Si può senz’altro definire innovativa, e decisamente all’avanguardia per una PMI, l’attività di comunicazione portata avanti da Gianluca Morino, imprenditore vitivinicolo del Monferrato, proprietario dell’azienda agricola Cascina Garitina e Presidente dell’Associazione Produttori della Barbera Superiore Nizza.

Morino ha raccontato la sua avventura nella comunicazione per i soci di Lab121 venerdì scorso, durante un incontro (seguito da una degustazione dei suoi prodotti) tenuto insieme alla sua consulente di marketing e comunicazione Monica Pisciella, specializzata nel settore wine & food. Da questo sodalizio, nato su Twitter dopo che Gianluca aveva scoperto e studiato le potenzialità del social network per alcuni mesi, si è originato l’evento Barbera2, cuore pulsante della comunicazione di Cascina Garitina.

Gianluca e Monica si sono trovati a condividere molte idee sul modo più opportuno per comunicare il vino e su come si dovesse cominciare a farlo in maniera diversa da come era sempre stato fatto.

Innanzitutto credono entrambi nella necessità di creare con il consumatore finale una relazione disintermediata, lasciando perdere il linguaggio tecnico tanto caro agli enologi e ai sommelier quanto incomprensibile agli acquirenti che mettono il vino sulle proprie tavole. Da qui la necessità di entrare in contatto diretto con la clientela acquisita e potenziale, e l’opportunità straordinaria rappresentata dal social network più veloce e immediato, il più efficace secondo Morino: Twitter diventa il cardine della loro strategia.

E‘ Twitter che ha permesso l’organizzazione e il successo di Barbera2, ideato nell’ottobre 2010 e concretizzato nel maggio 2011 presso il Foro Boario di Nizza Monferrato (AT), nel quale Morino ha creduto fino a sponsorizzarlo interamente.

Grazie ai tweet sono stati reperiti molti dei 100 degustatori, perché la seconda idea innovativa è stata quella di selezionare un pubblico attento al web, interessato in particolare ai social media, e ancora di più a Twitter. Lo afferma Monica Pisciella illustrando come questo network ben si presti a realizzare i valori che si è voluto mettere a fondamento dell’evento: confronto e apertura (significativo anche che la manifestazione sia stata trasmessa in streaming).

La terza innovazione introdotta è l’accento sul dialogo tra i partecipanti: Twitter è stato usato non solo per incentivare la loro relazione con l’azienda, ma anche per incoraggiare i rapporti fra di loro, valorizzati come persone nella propria individualità: di ognuno è stato pubblicato sul sito un profilo con la foto, le caratteristiche e gli interessi, e tutte le persone sono state tenute costantemente aggiornate con i tweet, quasi accompagnate per mano, fino all’inizio dell’evento. Dove tutti sedevano al tavolo delle degustazioni, ognuno con i suoi 10 bicchieri per assaggiare uno dopo l’altro i vini presentati, 5 tipi di Barbera piemontese e 5 californiani.

La partecipazione dei vignaioli d’oltre Oceano ha dato un respiro internazionale alla manifestazione, che si è protratta idealmente il mese seguente con il 2011 Barbera Festival, svoltosi proprio in California presso il Cooper Ranch nella Shenandoah Valley, il cui proprietario Dick Cooper è il numero uno per la produzione di questo vino, simile e allo stesso tempo diverso da quello piemontese, grazie alle specificità del terroir locale.

Di rottura con la consuetudine, che le vuole solitamente escluse dalle degustazioni, è anche l’apertura alle donne, che rappresentano il 52 % degli acquirenti di vino - pertanto tra gli stakeholder principali delle aziende produttrici - che sono state scelte in tale proporzione tra i 100 partecipanti alle degustazioni.

Il prezioso patrimonio relazionale creato con i partecipanti (le centinaia e centinaia di intervenuti oltre alle persone coinvolte nelle degustazioni) viene mantenuto grazie all’organizzazione di altri eventi minori sul tema e a un intenso lavoro online sempre condotto con Twitter.

domenica 29 aprile 2012

Il senso del cerimoniale - un contributo per Ferpi

Il senso del cerimoniale nelle relazioni pubbliche è il titolo dell'articolo pubblicato sul sito di Ferpi - contenente le mie riflessioni dopo aver frequenato il seminario organizzato dalla commissione di aggiornamento Ferpi sulle "regole del cerimoniale nelle relazioni pubbliche".

I due concetti fondamentali espressi nell'articolo sono:

1) le regole di cerimoniale sono ben lontane dall'essere obsolete, al contrario, la loro osservanza è resa più che mai indifferibile per contrastare maleducazione e sciatteria imperanti.

2) l'osservanza di regole di cerimoniale è auspicabile anche all'interno delle aziende, non solo nelle cerimonie che coinvolgono autorità pubbliche.

Potete leggere l'articolo qui.

lunedì 23 aprile 2012

Breve intervista su Lab121

Questa volta è toccato a me essere intervistata, brevemente, da Lab121. L'associazione di coworking di cui sono socia ha voluto sapere il mio parere sul corso Social Network per aziende e freelance di cui ho frequentato la prima edizione, restandone soddisfatta. Il corso, tenuto da Gianni Porzio di Euronet, sarò replicato a breve. Qui l'intervista.

lunedì 2 aprile 2012

Un grazie a Judy Gombita, Thank you Judy

Un ringraziamento speciale a Judy Gombita, di PrConversations, per quanto scrive su Google+ riguardo alla nostra collaborazione, che ha portato al mio guest post Italian Women in Pr: challenges and opportunities.

“ I salute the joy of international relationships with individuals such as Enrica Orecchia who contributed the Italian women in PR: challenges and opportunities Op-Ed on PR Conversations that posted Monday. (And I hope +Guy Kawasaki knows what an incredible thrill it was for Enrica's post to make it into the AlltopPR Twitter stream.) Enrica was so smart and fun to work with and incredibly appreciative of the opportunity to do a guest post on our international, collaborative blog--in turn, we adored working with her.”

Grazie Judy, per me è stato splendido lavorare con te e mi auguro di poter collaborare ancora in futuro.

Very special thanks to Judy Gombita for her Google+ post on our cooperation, resulting in my guest post on PrConversations. I really loved to work with you, Judy. Contributing to PrConversations has been such a great experience and I hope I will get a chance of publishing something again in the future.

And, yes, you can bet I was incredibly thrilled to be mentioned by Guy Kawasaki.

mercoledì 28 marzo 2012

Relazioni pubbliche motore di progresso aziendale

Le relazioni pubbliche sono un motore di progresso nelle aziende. E’ un circolo virtuoso: le aziende più innovative fanno relazioni pubbliche e questo contribuisce al loro modernizzarsi. Le relazioni tra persone (i pubblici sono fatti di persone, ricordiamolo) sono quelle che creano un’azienda. Anche le realtà nate dall’idea di un singolo imprenditore si realizzano e vanno avanti grazie al lavoro di molte persone. All’intero e all’esterno dell’azienda. Qual è il collante che le tiene insieme ? I rapporti tra di loro, le relazioni appunto. Senza relazioni non ci può essere azienda. Anche le aziende che non comunicano in maniera sistematica e organizzata, che non fanno “relazioni esterne”, intrattengono comunque relazioni. Quelle tra la proprietà e i dipendenti, quelle con i fornitori, con le banche, con i clienti, come minimo.

Le relazioni modificano l’azienda. L’azienda è un sistema aperto, anche se è chiusa, chiusissima per mentalità. Che un’azienda sia impermeabile dall’esterno è un’illusione. Le influenze esterne penetrano al suo interno, dall’interno escono input verso l’esterno e questo flusso bidirezionale apporta continue modifiche allo status quo.

Anche le persone neo-assunte portano qualcosa che prima non c’era. Chi se ne va, invece, anche se sostituito, porta con sé qualcosa di suo, di insostituibile. I rapporti cambiano, il clima interno cambia. Non c’è niente di immobile, di immutabile in un’azienda. E’ un organismo vivo che, come un corpo umano, subisce continue trasformazioni, anche se non tutte sono sempre e immediatamente percepibili.

Le aziende che coltivano le relazioni, al proprio interno e con l’esterno, progrediscono più velocemente delle altre. E sopravvivono quando le altre vanno in crisi e chiudono. Se c’è contrazione di mercato la sentono meno.

Infatti le aziende fondate sulle persone (anziché sui macchinari, sul marketing, sulla finanza) godono dei benefici che la valorizzazione delle persone porta con sé: le idee, l’impegno, la creatività, lo spirito di iniziativa, la proattività, la propositività, talvolta anche l’abnegazione.

Le aziende che mettono al centro le persone creano e favoriscono relazioni fondate sulla fiducia, sul dialogo, sulla negoziazione, sulla trasparenza. Anche dove esistono, le gerarchie sono più sfumate, meno rigide, meno penalizzanti per chi non ne occupa il vertice. Le informazioni circolano più liberamente, non solo con modalità top-down ma anche bottom-up. Valori fondanti, mission e vision sono conosciuti e condivisi. Perché questo sia possibile sono stati prima meditati e poi messi sulla carta. Tutti sanno esattamente in che direzione si sta andando. Se ci sono dei problemi non sono nascosti ma palesati, si cercano soluzioni condivise. Soprattutto si cercano soluzioni anziché focalizzarsi sui problemi o individuare capri espiatori. Anche se l’azienda non è sui social network c’è apertura all’esterno. Le selezioni del personale sono rivolte a chiunque abbia i requisiti per la posizione ricercata (non solo agli amici dei conoscenti degli amici), la comunicazione di prodotto è chiara, esaustiva, il cliente sa esattamente che cosa sta acquistando e che diritti ha. Il merito è riconosciuto e premiato. Le criticità sono affrontate nell’ottica di superarle, non di tagliare delle teste. Le responsabilità sono esplicitate, ognuno sa quello che ci si aspetta da lui (o lei).

Nelle aziende di tal sorta, non sono solo le competenze in senso stretto che sono importanti per il raggiungimento dei risultati, conta anche il fatto che le doti umane possono esprimersi in maniera più libera, non più imbrigliate dalle gerarchie, irrigidite dalla paura di agire.

Tutto ciò è possibile solo coltivando relazioni aperte e positive, “win-win”, in cui i pubblici – interni ed esterni - sono tenuti nella giusta considerazione. Sono perciò invogliati ad aiutare l’azienda a raggiungere i suoi obiettivi che, se le relazioni sono state ben gestite, in buona parte coincidono.

La sfida del 21esimo secolo per le aziende sarà questa, comprendere l’importanza del fattore umano e delle relazioni con tutti i propri pubblici, che non potranno più essere trascurate, ma dovranno essere coltivate, curate con crescente raffinatezza, perfezionate.

martedì 27 marzo 2012

Italian Women in Pr: challenges and opportunities. Un mio post per PrConversations

E’ online da ieri su PrConversations.com il mio guest post Italian Women and Pr: challenges and opportunities, un’indagine sulla situazione delle donne italiane che lavorano nelle relazioni pubbliche.

A seguito di un precedente post di argomento simile, Le relazioni pubbliche al femminile. Riflessioni dopo l’8 marzo, ho ricevuto da Judy Gombita, che avevo citato, l’invito ad approfondire l’argomento per PrConversations.

Ne è nato un lungo post, che parte da due recenti studi svolti in Italia e continua con quelle che ritengo siano le sfide e – per le donne che vorranno coglierle - le opportunità per migliorare 1) la situazione nostra e delle nostre connazionali impegnate nel settore, 2) la cultura delle relazioni pubbliche nelle organizzazioni italiane. Due cose che non sono separate ma strettamente connesse, in quanto le lavoratrici delle relazioni pubbliche avranno possibilità di crescere professionalmente solo se il settore si evolve e si amplia.

Con non poca sorpresa da parte mia, trattandosi del mio primo post per PrConversations, l’argomento ha subito avuto risonanza nel web. Questi sono i link di twitter e dei siti che lo hanno citato. Tra cui Alltop Pr di Guy Kawasaki.

Talk of the Town PRChallenges and opportunity

Ashley Benisatto An Italian perspective on gender & public relations by @EnricaOrecchia (via @prconversations)

Prconversations An Italian perspective on gender & public relations by @EnricaOrecchia (via @prconversations)

Judy Gombita Influential Cool beans @EnricaOrecchia! RT @Alltop_PR: Italian women in PR: challenges and opportunities [on @prconversations]

Alex Sévigny Influential An Italian perspective on gender & public relations by @EnricaOrecchia (via @prconversations)

Josh Greenberg Influential An Italian perspective on gender & public relations by @EnricaOrecchia (via @prconversations)

greenbanana Heather YaxleyRT @prconversations: Excellent guest post by @EnricaOrecchia: Italian women in PR: Challenges & Opportunities #PRC

Alltop PR Influential Italian women in PR: challenges and opportunities

prconversations Excellent guest post by @EnricaOrecchia: Italian women in PR: Challenges & Opportunities #PRC

Seo Werkt Italian Women in Pr challenges and opportunities

Fondato nel 2007 da Toni Muzi Falconi, PrConversations è un blog di risonanza internazionale, probabilmente il numero uno del settore, che fa cultura di relazioni pubbliche. E’ gestito da Judy Gombita, Heather Yaxley e Markus Pirchner.

domenica 25 marzo 2012

Il non facile rapporto tra piccole imprese e comunicazione. Intervista a Luca Poma

Le piccole e medie imprese costituiscono il 90 % del tessuto imprenditoriale italiano. Portatrici di eccellenze, vendono sui mercati internazionali, hanno spesso bilanci in attivo e creano occupazione in aree periferiche che le grandi aziende snobbano. A tanti pregi fa da contrappunto una carenza nella comunicazione, una assenza di cultura delle relazioni pubbliche che penalizza realtà meritevoli di ben altro successo.

Sulla questione ho chiesto il parere di Luca Poma*, che nella sua attività incontra frequentemente il mondo della piccola imprenditoria.


1) Tu sei di Torino però lavori anche nell’area milanese (oltre che a livello nazionale e internazionale). Quali differenze hai notato tra le PMI piemontesi e quelle lombarde e in particolare milanesi, dal punto di vista della comunicazione ? Sono più le problematiche che le accomunano in quanto PMI oppure ci sono differenze notevoli per mentalità, cultura, organizzazione, ecc. ?


Direi che sono più le mentalità che le accomunano in quanto PMI che non le differenze culturali dovute al territorio. Forse quelle piemontesi sono un poco più "conservative": è difficile ad esempio diventare un loro fornitore, ma quando acquisisci la fiducia della proprietà è anche molto difficile cadere vittima del turnover. A Milano invece sono un po' più sensibili alla "migliore offerta del momento".


2) Quale attività o ambito della comunicazione consiglieresti di considerare per primo a un’azienda, presente già da tempo sul mercato, che deve cominciare da zero a comunicare in maniera sistematica e organizzata ?


Mappare i suoi pubblici, senza una mappatura adeguata è inutile qualunque azione di comunicazione. Per dirla con una battuta: se non sai "a chi" vuoi o devi parlare, perché apri la bocca? Prima bisogna stabilire le priorità, poi si ragiona sugli obiettivi, e solo infine sui mezzi.


3) Un consiglio da dare ai titolari di una start up che vuole puntare sulla comunicazione per farsi conoscere ?


Rifletti sul DNA della Tua azienda: cosa "sognavi" quando l'hai creata? Bisogna ripartire da li. In questo eccessivo "affollamento" di messaggi, la comunicazione non può innanzitutto che essere identitaria.


4) A che cosa non deve assolutamente rinunciare una piccola impresa che vuole comunicare ?


Alle idee. Non credo nei pubbli-redazionali pagati. I progetti devono "parlare da sé", non serve - e non è bello - pagare pagine e pagine di pubblicità sui giornali per "fasti notare". Il vero driver competitivo è ciò che distingue l'azienda dai concorrenti.


5) Quali sono gli errori più comuni che le PMI commettono nel fare comunicazione ?


Normalmente all'inizio, quando si affacciano nel "favoloso mondo della comunicazione", partono dal presupposto che ogni sbadiglio dell'amministratore delegato - che spesso è anche il fondatore, il presidente, il tesoriere, etc - debba finire segnalato sulla prima pagina del Corriere della Sera, possibilmente gratis. Non ci riescono, e quindi - un po' frustrati - si affidano a un normale ufficio stampa, come se bastasse mandare un comunicato stampa per ottenere visibilità sui mass-media. Non riescono ad ottenere risultati neanche così, e allora si convincono che sono tutti soldi sprecati e rinviano il problema di tre anni. Ripeto: senza mappatura degli stakeholder, priorità, obiettivi e strategie non si va da nessuna parte, il "mezzo" è decisamente l'ultima fase del processo.


6) Una delle tue specializzazioni è la comunicazione di crisi. Ritieni che questo particolare ambito della comunicazione serva anche alle PMI, e se sì fino a che punto, oppure che non valga la pena di investire nell’eventualità di eventi che solo ipoteticamente potrebbero verificarsi ?


Nel mio ultimo libro de Il Sole 24 Ore, "Crisis Management: guida alla comunicazione di crisi", cito le case-history di molte grandi aziende, ma anche di PMI. Mosaico Arredamenti, un mobilificio, è entrato nella "storia" delle crisis. Quando mandarono una letteraccia legale chiedendo 400.000 di danni a un cliente insoddisfatto che si era lamentato su un forum di discussione sul web, a momenti chiudevano tanta è stata la rivolta di piazza che dal web si estesa off-line con proteste di ogni genere. Anche un negozio può essere vittima di una crisi reputazione o strutturale. Il problema vero è che in Italia la cultura della prevenzione delle crisis non c'è l'hanno le grandi aziende, figuriamoci le PMI. E dire che basterebbe un investimento anche modesto per mettersi al riparo da rischi, ma - per dirla con una metafora - com'è noto si tende a stipulare la polizza contro i furti solo quando i ladri sono già passati.


7) Le piccole imprese costituiscono il 90 % delle aziende italiane e sono spesso definite l’ossatura del sistema industriale nazionale, o anche il tessuto imprenditoriale sano dell’economia italiana. Però, a detta di molti, comunicano poco e non sempre bene. Come si spiega questa discrepanza ? E’ possibile cioè lavorare male sul piano della comunicazione e avere comunque successo ?


Rispondo con una domanda: riusciamo ad immaginare che successo avrebbero e quanto guadagnerebbero le PMI italiane se oltre che fare un lavoro ben fatto sapessero anche comunicarlo bene?


8) Le carenze delle PMI sul piano comunicativo hanno una parte – e se sì in che percentuale approssimativamente - di influenza sulla crisi economica che ha colpito l’industria italiana ?


La crisi che sta vivendo il paese è strutturale, non afferisce al dominio della comunicazione. Ma certamente le aziende meglio rodate dal punto di vista della comunicazione interna ed esterna, delle relazioni positive con gli stakeholder, della capacità di prevenire scenari di crisi, eccetera, sono anche invariabilmente quelle che la crisi la patiscono meno, è così da sempre, non è certo questa la prima crisi in cui si è trovato coinvolto il sistema Italia.


9) Si sente spesso dire che le piccole aziende dovrebbero usare i social media, particolarmente i social network, per fare comunicazione, in quanto soluzioni low cost, e in rete fioccano i consigli ai piccoli imprenditori su come fare. Sei dello stesso parere ? Perché sì oppure perché no.


Tutte le aziende dovrebbero fare propri i meccanismi del web 2.0. E non perché sono soluzioni low-cost, non necessariamente, una mia cliente l'anno scorso ha speso sul web mezzo milione di euro: ma semplicemente perché funzionano e sono una strumento efficace per mettersi in relazione con i propri pubblici.


10) Su che cosa devono puntare i relatori pubblici che lavorano all’interno o con le PMI per accrescere con il loro operato la cultura della comunicazione tra i piccoli imprenditori ?


Rispettare i codici etici di categoria, ad esempio, dal momento che siamo tra i pochi professionisti in consulenza aziendale che ne abbiamo di codificati. E prendersi cura di mettersi in gioco anche in assenza di un incarico retribuito al fine di migliorare la cultura d'impresa su questi temi, ad esempio rendendosi disponibili per educational, seminari, etc. Non mi tiro mai indietro quando devo spiegare a un imprenditore i benefici di una strategia di comunicazione ben costruita, anche se non desidera darmi immediatamente un mandato. Dobbiamo far crescere la sensibilità degli imprenditori: se tutti noi colleghi facessimo così, a medio termine crescerebbe il mercato per tutti.


11) Il relatore pubblico che opera in una piccola impresa o, se libero professionista, con piccole imprese, oltre alle competenze e caratteristiche della professione in generale, deve possedere secondo te delle caratteristiche e competenze peculiari ?


Una straordinaria sensibilità umana, e deve anche essere un po' psicologo. Nelle grandi aziende si fa un progetto, se i numeri ci sono si va avanti. Nelle PMI si fa un progetto, magari i numeri ci sono anche, ma il "padrun" si è alzato male e non se ne fa niente. Lo dico affettuosamente: il mondo dei piccoli e medi imprenditori a volte è tanto stimolante quanto…bizzarro !


12) Le piccole imprese sono spesso più attente delle grandi aziende alla responsabilità sociale, soprattutto nei confronti dell’ambiente. Qual è il modo migliore per comunicare questo punto di forza in modo che sia adeguatamente valorizzato ?


Non concordo con questo dato, che pure alcune fonti riportano: trovo che la scriminante sia costituita dalla sensibilità dell'azionariato e del top-management. Abbiamo grandi aziende sensibilissime ai temi della sostenibilità, e piccole aziende che inquinano follemente, e viceversa.


13) Quali pensi siano le principali sfide che la comunicazione porrà alle aziende nel prossimo futuro ? Quali le sfide per i relatori pubblici ?


Come diceva un autorevole collega, "i mercati sono diventati conversazioni", e le aziende che non accetteranno questo fatto - indiscutibile e non negoziabile - saranno condannate a rimanere indietro. I relatori pubblici devono invece vincere la timidezza e rendersi realmente misurabili: è troppo facile gettare fumo negli occhi degli imprenditori sostenendo che il nostro apporto è "immateriale" e non si può misurare. Tutte storie. E se chi deve comunicare per Voi non ha nei vostri confronti un approccio realmente "autentico", beh... cambiate consulente !


Ringrazio Luca per la sua collaborazione.




*Luca Poma, giornalista, socio professionista della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana, è consulente in Responsabilità Sociale d’Impresa, Comunicazione di Crisi e Comunicazione non convenzionale. Docente in comunicazione al Master di 1° livello dell'Università Bicocca di Milano, è relatore a centinaia di convegni e seminari in tutta Italia, autore di libri articoli e saggi, e negli ultimi 20 anni ha lavorato su questi temi – spesso con un approccio “non convenzionale” - in 23 paesi del mondo. La sua newsletter è Creatori di futuro.

sabato 24 marzo 2012

Ragazzi, non abbiate paura di scegliere Scienze della Comunicazione

Si avvicina la fine dell’anno scolastico e, per tanti maturandi, è il momento di scelte definitive: è ora di formalizzare l’iscrizione alla facoltà universitaria che dal prossimo settembre si frequenterà.

In tanti si dirigeranno verso Ingegneria ed Economia, incoraggiati dalle statistiche che premiano i laureati in queste discipline con il maggior numero di posti di lavoro a un anno dal conseguimento del titolo di studio.

Altri sceglieranno Giurisprudenza o Medicina, motivati da un interesse verso questi specifici settori che pure sembra offrano ancora discrete prospettive.

I più in dubbio saranno coloro che sono attratti, per interesse e inclinazione, dalle facoltà umanistiche.

A questi ragazzi vorrei dire : non abbiate paura di scegliere Scienze della Comunicazione. O lettere, lingue, filosofia, storia, storia dell’arte, se è quello che volete studiare.

Non fatevi sviare dai sondaggi, dalle statistiche, dai commenti altrui. Primi fra tutti quelli dei politici o dei commentatori tv. I primi hanno da tempo perso il contatto con le problematiche di vita dei cittadini nel cui interesse dovrebbero governare (!), gli altri hanno bisogno di argomenti per fare audience. Non vanno presi sul serio.

Invece, esaminate attentamente la vostra motivazione: fino a che punto vi interessa questa disciplina, che significato volete dare a questo corso di studi, quanto volete diventare padroni degli argomenti che studierete.


Il problema del lavoro non lo si affronta costringendosi a studiare (?) qualche cosa che non piace e per cui non si è portati.

Lo si affronta diventando persone mature, consapevoli, colte, nel senso che le nozioni apprese sono state rivestite di significati,hanno permesso riflessioni in grado di renderci più profondi, sono diventate la base per costruire parametri di interpretazione della realtà, ci hanno insegnato a fare le giuste valutazioni, a cercare soluzioni innovative ai problemi, a usare il pensiero laterale, a non fermarsi alle risposte che ci danno gli altri ma a cercare ognuno le proprie.

Le facoltà umanistiche sono eccezionali in questo. Lo studio del pensiero,della società, della letteratura, degli eventi storici sviluppano, in chi ci si dedica, la capacità di usare il cervello e di imparare gli strumenti per creare qualcosa di unico e originale. Non solo in azienda, ma nella propria vita. Che è poi il criterio con cui bisognerà cercare lavoro.

Il mondo, non solo quello del lavoro, cambia ogni giorno sotto i nostri occhi, le vecchie coordinate funzionano sempre meno. Nei posti di lavoro c’è bisogno di persone che propongano nuove idee. Non solo, è la stessa ricerca del lavoro a imporre di uscire dai vecchi schemi e provare vie alternative.

A questo difficile compito non si arriva preparati per il fatto di aver conseguito un pezzo di carta che, forse, quando sarete laureati , sarà anche privo di valore legale. Si arriva preparati se si ha avuto la lungimiranza di passare gli anni dell’ università a dare il massimo nello studio (e lo sottolineo perché non si pensi che intendo dire che studiare sta diventando obsoleto), a confrontarsi, discutere, soprattutto riflettere, e uscire dalle aule per fare esperienze, di volontariato, di politica, di lavoro, anche all’estero possibilmente per imparare bene l’inglese. Non perché le aziende lo richiedono, ma per capire il mondo,che usa questa lingua.

Se vi sembra che io manchi di realismo, vi invito a leggervi questo bellissimo post di Andreas Voigt


martedì 13 marzo 2012

Condividere la conoscenza. I corsi di Lab121

Sto frequentando, presso Lab121, l’associazione alessandrina di coworking di cui sono socia, un corso di aggiornamento in Social Network per aziende e freelance.

Tenuto da Gianni Porzio di Euronet, web agency della nostra zona, il corso esplora le potenzialità dei social network non come luoghi di futili chiacchiere, come spesso sono (mal) intesi, ma come mezzi di promozione dell’attività di aziende e professionisti.
E' una delle proposte del nutrito catalogo di corsi in Comunicazione e immagine professionale, riuniti sotto lo slogan "lo scambio della conoscenza", nello spirito di condivisione delle esperienze che caratterizza Lab121.

domenica 11 marzo 2012

Le relazioni pubbliche al femminile. Riflessioni post 8 marzo


Una delle discussioni più commentate su Linkedin nel gruppo Public Relations Professionals è quella sul tema “ Perché ci sono più donne che uomini nelle relazioni pubbliche”.


Rivolta a un pubblico internazionale, quindi nelle intenzioni di ampio respiro, ha una partecipazione quasi del tutto maschile, con solo una donna a commentare. Le argomentazioni non sono di particolare spessore né apportano nuovi contributi, ma dimostrano che l’argomento resta di attualità.


Al di là dei motivi per cui le relazioni pubbliche sono una professione in maggioranza femminile (qui, qui e qui alcuni dati) mi piace riportare alcuni commenti (non recentissimi ma sempre validi) che ho trovato in altre conversazioni per il web. A parlare sono donne, tutte con posizioni di responsabilità nelle relazioni pubbliche, oltre che molto impegnate nelle associazioni di categoria.


Le opinioni espresse sono da me condivise. Evidenziano criticità sulle quali c’è ancora da lavorare. Per esempio: una ricerca effettuata nel Nord-Est italiano evidenzia che il 77% di chi si occupa di relazioni pubbliche è donna ma solo il 46% sono le donne ai vertici aziendali.



Le ripropongo per stimolare ulteriori riflessioni e come punto di partenza per nuovi traguardi al femminile, non solo nelle relazioni pubbliche.


Maria Paola La Caria
, delegata Ferpi per il Triveneto: «Si tratta di un limite di noi donne, convinte di non avere tutte le doti per arrivare al vertice. C’è poi anche un problema di ritmi di vita se è vero che le decisioni più importanti in azienda si prendono dopo le sette di sera e a quell’ora le donne sono di solito a casa perchè hanno famiglia».


Per la La Caria le donne di successo nelle relazioni pubbliche riescono ad imporre un loro stile: «Spesso siamo noi stesse a sceglierci un ruolo meramente esecutivo, perché siamo brave a fare e perché pensiamo di essere “meno capaci” degli uomini a decidere. Le donne che ce l’hanno fatta hanno imposto un loro stile, diverso da quello maschile. Cercando costantemente condivisione, praticando le doti dell’ascolto e dell’accoglienza, senza farsi mettere i piedi in testa».

Fonte: Ferpi


Judy Gombita, canadese, consulente in relazioni pubbliche a Toronto e collaboratrice del blog PrConversations: “In linea di massima, penso che molte donne debbano solo rimproverare se stesse. Per esempio quando sul posto di lavoro parlano di sé e delle proprie college usando il termine “ragazze” , per riferirsi a delle donne adulte. Sono del parere che il linguaggio dia forma alla consapevolezza, almeno in parte. Ecco perché ogni volta che mi imbatto in qualcuno che mi definisce “ragazza” ho preso l’abitudine di affermare, velocemente e in maniera ferma, che sono una donna adulta, non una ragazza. Se sembro scorbutica, pazienza.


Le ragazze non diventano CEO e nemmeno vice-presidente. […]


Allo stesso modo, in fatto di conferenze ed eventi, particolarmente quelli legati alle relazioni pubbliche, alla comunicazione e ai social media, è necessario che le donne – che generalmente compongono il 50 % o più del pubblico – siano proattive nel pretendere di avere tra gli esperti invitati a parlare almeno altrettante donne quanti sono uomini e gli organizzatori devono impegnarsi per soddisfare queste richieste. Sono stanca della scusa che bisogna invitare i migliori a parlare indipendentemente dal fatto che siano uomini o donne e che non bisogna tenere conto delle quote rose. Perché é una scusa. Se si continua a fare come si è sempre fatto, le cose non cambieranno mai. O, perlomeno, cambieranno per il fatto che io non parteciperò né promuoverò questi eventi.


Recentemente ho avuto una discussione su Twitter con uomo piacevole e ragionevole, che continuava a riferirsi a una sua collaboratrice, che lui definiva in gamba, come di una “ragazza”. Alla fine viene fuori che la “ragazza” era una moglie e madre di famiglia, al che ho dovuto sottolineare che si trattava di una “donna adulta”. Quando mi ha risposto che anche a lui capitava talvolta di essere definito “giovane uomo” gli ho fatto notare che perlomeno il termine usato nei suo confronti era “uomo”, non “ragazzo”.


Fin qui Judy Gombita, a cui risponde Heather Yaxley, consulente e insegnate di relazioni pubbliche presso l’università di Bournemouth, in Gran Bretagna. Come Judy Gombita scrive su PrConversation: “ Judy – è interessante constatare che auspichi sia cambiamenti a livello individuale, personale, sia che sottolinei la necessità di cambiare il sistema. Sono d’accordo con te sul fatto che dobbiamo sia imparare a presentare noi stesse in modo adeguato sia cercare di modificare le cose nel contesto più generale.

All’inizio della mia carriera mi è stato detto che chi si comporta come una ragazzina sarà trattata come tale e il concetto vale per tutte coloro che adottano stili da “pierre coniglietta”. Mi ricordo di aver avuto un grosso problema con una donna membro dello staff (era una responsabile) in un’agenzia dove lavoravo, perché indossava sempre magliette attillate e gonne corte. Non dicevo niente perché mi sembrava di esagerare con le critiche nei suo confronti, ma alla fine è stato lo stesso cliente a chiedere al direttore che questa donna si vestisse in maniera più professionale.


Rifletto sul fatto che in televisione ci sono troppo poche presentatrici e mi chiedo se sia una questione di mancanza di autopromozione. Ho sempre pensato che le donne siano generalmente meno dirette degli uomini nel farsi avanti. Mi ricordo di aver sentito dire che gli uomini tendono a fare domanda per posti di lavoro che sono al di sopra delle loro competenze, mentre le donne fanno domanda per posizioni del loro livello.


Bisogna rifiutarsi di essere definite “ragazze” se si è professioniste qualificate e con ruoli di responsabilità. “


Fonte: PrConversations. Traduzione e rielaborazione dall’inglese dei commenti di Judy Gombita e Heather Yaxley a cura della sottoscritta, per i commenti originali cliccare qui e qui

mercoledì 7 marzo 2012

Come eravamo: le relazioni pubbliche tra gli anni Ottanta e i Novanta

L’archivio storico del Corriere della Sera contiene un articolo del 1993 su come la crisi economica dei primi anni Novanta stesse cambiando il settore delle relazioni pubbliche rispetto ai fasti del decennio precedente. A dispetto degli anni passati l’articolo risulta attuale e vale la pena di rileggerlo. Le problematiche di cui parla sono infatti ancora aperte.
Le “pierre” stile Milano da bere, legate a un’epoca spazzata via da Mani Pulite, con una patina di glamour a coprire la corruzione, esistono ancora. Hanno perso un po’di lustrini ma sotto sotto sono forse peggio. Altrimenti non sentiremmo parlare di pubbliche relazioni a proposito dell’attività di Lele Mora.

All’opposto, la parte sana del settore - rappresentata dalle due associazioni di categoria Ferpi e Assorel - già all’epoca non si stancava di prendere le distanze da quelle che definiva “pierre da discoteca”. Gli intervistati, tutt’ora volti noti delle relazioni pubbliche (la scomparsa di Mariangela Moneta è di solo due anni fa), sottolineavano il lato positivo della crisi, quello di scremare i professionisti seri e preparati, attrezzati per resistere in attesa della ripresa, dai millantatori, dei quali il crollo del mercato avrebbe fatto piazza pulita.

La crisi economica degli anni ’90 era, forse, non paragonabile a quella di adesso (anche se all’epoca i toni erano tutt’altro che ottimisti) però le relazioni pubbliche non solo sono sopravvissute ma hanno prosperato, come gli intervistati avevano previsto. La ricetta per farcela in questi tempi di crisi resta quella, molto semplice, di allora: serietà, professionalità, competenza e lavoro. Sperando che il lato buono della crisi sia nuovamente quello di sradicare un po’ di male erbe, nel frattempo ricresciute.

domenica 4 marzo 2012

Comunicare con il design, un workshop di Ferpi a Expocasa 2012

Torino, Expocasa 2012, salone dell'arredamento presso il centro Fieristico Lingotto: mercoledì 7 marzo ore 18.30 è in programma il workshop Comunicare il design. Comunicare con il design, organizzato da Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) delegazione del Piemonte e Valle d'Aosta.
Il workshop è rivolto a designer, progettisti, architetti e aziende, con l'obiettivo di creare un punto di incontro fra i soggetti interessati ad aumentare il valore di una marca tramite la comunicazione.
Per ulteriori informazioni cliccare qui e qui.

lunedì 27 febbraio 2012

Lavorare con i piccoli imprenditori di provincia: oltre il pregiudizio

Se lavora in proprio, il relatore pubblico di provincia ha un bacino di clienti che varia da (poche) grandi aziende, alcune delle quali multinazionali, a numerose che sono di dimensioni medio-piccole o molto piccole.

Stando che le multinazionali si appoggiano spesso ad agenzie con sede nei grandi centri, oltre a essere dotate di personale dedicato, è giocoforza, se si vuole sbarcare il lunario, indirizzarsi alle aziende di dimensioni da piccole a micro.

Approcciare questo tipo di clientela vuol dire armarsi di tanta comprensione (e pazienza) sapendo che queste collaborazioni possono riservare gradite sorprese e grosse soddisfazioni. Basta lavorarci su un po’ di più.

Lo stereotipo del titolare d’azienda che si esprime in dialetto e tratta le persone con arroganza perché è l’unico che lavora e si è fatto da sé, è duro a morire, soprattutto fra chi la provincia la frequenta poco. E mentre tutti abbiamo conosciuto almeno per sentito dire qualche personaggio del genere (altrimenti non si spiegherebbe come è nato il cliché), se si vuole proporsi alle piccole imprese è necessario superare il pregiudizio e andare a constatare di persona come stanno le cose.

Se ci si vuole lavorare è necessario fare uno sforzo, fare il primo passo per avvicinarsi a realtà che a prima vista possono sembrare ostiche, chiuse, impermeabili.

Chi lavora in provincia è abituato ad andarsi a cercare (ma qualche volta è appropriato dire “stanare”) i clienti, e sa che non può permettersi di stare ad aspettare richieste che non arriveranno. Come minimo, vanno incoraggiate.

Immergendosi in queste realtà si può vedere dall'interno quali sono le necessità vere di comunicazione (ci sono sempre), di cui magari il titolare non è in grado di accorgersi, o che non sa esprimere perché mancandogli la relativa cultura non possiede il linguaggio del caso.

Se si evita di considerare dall’alto al basso persone che “non hanno studiato”, perché magari hanno iniziato a lavorare in azienda da ragazzi e non hanno avuto il tempo di fare l’università, si riesce a capire quali servizi possono essere utili per la loro azienda e quali invece no. Perché è inutile pre-dire (nel senso di sapere prima di avere verificato) che a un’azienda il blog non serve perché piccola, mentre magari c’è la persona (che può essere il titolare o un altro), che se ne capisce ed è in grado di bloggare.

Termino quindi con la testimonianza che un imprenditore ha inserito come commento a un mio post di un po’ di tempo fa. Si era rivolto ad un’agenzia perché gli realizzasse il sito aziendale. Anche se datata credo rispecchi molto bene la realtà. C’è di che riflettere.

Molto utile, sono cose alle quali ho (io titolale di "microimpresa"....che vende
in buona parte del globo) pensato molte volte.
Peccato che per realizzare uno stupidissimo sito internet finora abbia ricevuto
visite di aziende "lanostramissionstyle" (se si capisce quello che intendo), che
dovrebbero offrire un servizio e farsi pagare per questo, che in realtà
vengono......a vendere.
Per carita' nulla di male nel vendere, ma piu' della meta' di questi signori:
Pensano che nelle piccola aziende si sia tutti all' eta' della pietra
Pensano che un sito web debba essere solo bello
Pensano che il flash sia la manna dal cielo
Pensano che perche' io possa aggiornare il sito il CMS debba costare 1000000 di €
Pensano che io mi accontenti del loro pacchetto precotto per 25000!!!! €€€€
E quando gli dico che lo voglio conforme con gli standard W3C mi quardano come
l' ultimo degli scassacaxxi.
Quando gli spiego cosa ho in mente per la mia azienda scappano. Eppure e' una
cosa semplicissima.
Voglio iniziare da un sito internet per sviluppare la mia azienda attraverso la
comunicazione, perche' siamo bravi, siamo i migliori, curiamo il prodotto,
coccoliamo i clienti, adoriamo il nostro lavoro, ci passiamo le notti e le
domeniche. Loro no. Loro vogliono spremere. E basta. Vogliono usare delle
biechissime tecniche di vendita (che conosco meglio di loro e non userei neanche
ridotto alla fame)per "chiudere".
Prendi i soldi e scappa.
E allora?
Credo di non essere l' unico in questa situazione.
Dateci la stessa passione che noi diamo ai nostri clienti.
Siamo una minera d' oro.

giovedì 23 febbraio 2012

Il teaser non ha più ragione di esistere (se mai l’ha avuta)

Leggo sul sito Ferpi l’articolo sulla campagna di advertising del PD a Roma, completamente basata sul cartellone teaser “Conosci Faruk”. Il commento dell’autore, che condivido, mi fa ulteriormente riflettere: non sulla campagna del PD, bensì sull’utilizzo del teaser in generale.

L’unico teaser che io ricordi risale ai tempi della mia adolescenza. Sono passati tanti anni e quindi potrei sbagliarmi, ma mi pare avesse uno sfondo verde chiaro chiaro. La frase che capeggiava la rammento invece bene. Era: “gli angeli dalla faccia pulita”. Per il resto, niente. Non una frase, non un marchio, non un indizio di nessun genere che facesse capire di che cosa si trattasse. Era l’epoca del telefilm Charlie’s Angels e la frase aveva un immediato richiamo a quella trasmissione.

Bene, quella frase, così senza niente intorno, non mi suscitava alcuna curiosità, solo un senso di noia, una specie di moderata irritazione. Un manifesto che non aveva contenuto non voleva, né poteva – ovviamente – comunicare niente. Che senso aveva ?

Una o due settimane dopo ecco che compaiono altri manifesti, sempre con lo stesso sfondo verdino chiaro, ma questa volta con la foto di un latte detergente per il viso. Non ricordo più la marca. Il logo però c’era.

A quel punto lì, non mi interessava più prendere in considerazione il prodotto. Non so se personalmente io possa essere un campione rappresentativo, ma considerato che facevo parte del target (allora il termine si usava) che l’azienda produttrice voleva raggiungere (sesso femminile, donne giovani e adolescenti) allora possiamo dire che la campagna pubblicitaria non era riuscita.

Come è ovvio. Anche se all’epoca non si parlava ancora di market relazionale, comunicazione simmetrica a due vie, conversazioni con il pubblico, la pubblicità perlomeno pubblicizzava qualche cosa. Se nel cartellone non c’era niente, nemmeno un prodotto, che cosa pubblicizzava ?

Oggi un teaser ha ancora meno senso. Oggi non si pubblicizza più, si comunica, si invia un contenuto, spesso ci si aspetta anche un feedback, e quando arriva lo si ascolta. Bombardati da centinaia di messaggi al giorno non abbiamo tempo da perdere. E’ come se dicessimo: sbrigati, fammi capire velocemente quello che vuoi dirmi e perché dovrebbe interessarmi. Solo così ho intenzione di ascoltarti, darti la mia attenzione, capire che significato il tuo messaggio può avere per me.