lunedì 29 ottobre 2007

La costosa inutilità dell’originale a ogni costo 

Esiste una mitologia che circonda chi lavora nel campo della comunicazione per cui, se uno non sfodera a getto straordinarie novità, non può avere successo. A maggior ragione, nell’epoca dei blog, vlog, podcast, social media, market conversations e wiki vari è difficile resistere alla tentazione di credere di dover realizzare prodotti comunicativi roboanti & eclatanti, pena l’essere considerato una nullità priva di talento.

E così, su questa scia, ecco il sito internet in total Flash, con il menù a tendina che ti scompare sotto al puntatore del mouse ogni volta che cerchi disperatamente di cliccare su un link, quasi fosse uno scherzo maligno. O il pieghevole che sembra un libro per bambini a tre dimensioni (di quelli che quando apri la pagina i personaggi si rizzano in piedi mentre alle loro spalle un castello si erge in un battibaleno) zeppo di informazioni troppo vaghe. O la serata in discoteca con tanto di personaggio famoso (magari calciatore o ex GF) dove la maggior parte degli avventori non sa neanche a che prodotto si fa la reclame (e neanche lo vuole sapere).

Risultati dell’operazione ? Quasi zero, a fronte di ingenti costi. Quando magari sarebbe bastato un mini sito tutto in HTML ma completo e sempre aggiornato (e con i link funzionanti bene) o un depliant con i testi giusti e i recapiti per contattare l’azienda e ottenere maggiori delucidazioni.
Sono poco trendy ? Può darsi, ma secondo me gli strumenti di cui sopra vanno bene quando li si sa usare con proprietà e soprattutto si è disposti a considerarli dei mezzi e mai dei fini, senza lasciarsi trascinare dall’entusiasmo della novità fine a se stessa.

mercoledì 24 ottobre 2007

Sostenete la petizione contro l'imposta sui blog

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Per maggiori informazioni sulla petizione contro la tassa sui blog cliccare qui

martedì 23 ottobre 2007

Pubblicità, comunicazione e confusione  



La confusione terminologica che pervade il settore della comunicazione d’azienda forse non è dovuta soltanto all’ignoranza (intesa come non sapere) dei non addetti ai lavori.
In parte è alimentata anche da chi opera nel settore. Che invece dovrebbe essere il primo a fare chiarezza.
Un esempio è rappresentato dall’agenzia pubblicitaria Sidesign Advertising, che si descrive così:

L’agenzia pubblicitaria Sidesign Advertising è uno strumento nato per creare l’immagine istituzionale, la strategia di comunicazione e le campagne creative delle aziende. I nostri progetti si occupano della comunicazione in modo completo, sfruttando la creatività a 360°

A questo punto forse si dovrebbe puntualizzare che:

a) Per creare un’immagine istituzionale, cioè l’immagine dell’azienda nel suo complesso, adeguata al raggiungimento dei fini aziendali, non basta né un’uscita pubblicitaria né un’intera campagna. L’immagine dell’azienda, la sua reputazione, si costruiscono con un lavoro di lungo termine e ad esse contribuiscono in larga parte i comportamenti dell’azienda: i clienti sono soddisfatti ? I fornitori sono pagati nei termini ? L’azienda inquina ? e via dicendo.

b) la pubblicità è uno strumento (e uno soltanto) dei molti che la comunicazione di un’azienda può scegliere di utilizzare. Men che mai si identifica con un’intera strategia di comunicazione. Che nasce da molto più lontano. Prima da un lavoro di relazioni pubbliche (creazione e mantenimento di una rete di relazioni con gli stakeholder, ascolto e integrazione delle loro istanze nelle decisioni aziendali) e solo dopo dall’attuazione di una strategia di comunicazione che può contemplare (ma non è detto che lo faccia) anche l’uso della pubblicità.

c) Il ruolo dell’agenzia pubblicitaria è quindi in ultima analisi quello di fornire gli strumenti per alcuni di questi passaggi, senza avere la pretesa di stabilire un’intera strategia comunicativa, che invece viene studiata all’interno dell’azienda.

d) Se invece l’agenzia si dedica anche alla costruzione di una strategia comunicativa, realizzando un lavoro di largo respiro a stretto contatto con il management aziendale perché non definirsi “agenzia di relazioni pubbliche” ?

Credo che molta dell’insoddisfazione che la aziende accumulano verso le autodefinentesi agenzie “pubblicitarie” o “di comunicazione” o di “marketing” derivi appunto da questa mancanza di chiarezza: non si sa bene con chi si ha a che fare, che cosa si può ottenere e che cosa non si potrà chiedere.


martedì 16 ottobre 2007

I comunicatori: artisti o artigiani ? 


Il titolo del blog dovrebbe già anticipare come la penso. Ho deciso di chiamarlo L’Officina della Comunicazione (prima di accorgermi che esisteva un progetto con questo nome, dopo che una verifica su Blogger aveva escluso omonimie, ma senza controllare su Google, un errore che, lo ammetto, non si dovrebbe fare) perché mi piace l’idea che il lavoro del comunicatore d’azienda abbia molto in comune con quello che si svolge in un’officina o in un laboratorio artigianale.
Proficue relazioni con i pubblici influenti e, tramite queste, la realizzazione di un’immagine e di una reputazione aziendale positive, si costruiscono nel tempo, con tanta costanza e pazienza, limando qui, aggiungendo là, provando e rifacendo, finché non si approda a un risultato ottimale.
Quali sono quindi le qualità che un comunicatore d’azienda deve possedere ? Capacità strategiche ? Certo, ormai sappiamo che se non sono strategiche le relazioni pubbliche sono poco efficaci. Doti comunicative ? Altrimenti non avrebbe scelto questo lavoro. Guizzi di creatività ? Ovvio, se uno fa il copywriter in un’agenzia saranno anche utili, ma in azienda ? (tanto c’è l’agenzia).
E perché non anche pazienza (i risultati si vedono sul lungo termine, non stiamo mica parlando di pubblicità, che ha un impatto immediato), perseveranza (per tenere duro quando il management scalpita se non vede cambiare le cose abbastanza in fretta) perché se si abbandona il lavoro a metà va perso tutto quello che si è costruito fino a quel momento), cura dei dettagli a volte fino alla pignoleria, perché il lavoro non risulti sciatto. Non sono queste doti da artigiano - nel senso migliore e più elevato del termine ?
Credo che la maggior parte delle aziende abbiano più bisogno di gente con queste qualità, nei loro uffici Comunicazione, piuttosto che di personaggi capaci di colpi di genio ma anche di sregolatezze.

venerdì 5 ottobre 2007

A chi servono le relazioni pubbliche (3)

Corrispondenza e-mail


Studente:

Buongiorno,

sono uno studente di Design del corso Tale presso l’Università Tale.

Sto facendo una tesina e vorrei sapere come sono progettati e costruiti i vostri prodotti.

Segue formula di saluto.


Azienda:

Buongiorno a lei,

la ringraziamo dell’interesse verso la nostra azienda e i nostri prodotti.

Dato che l’argomento che ci chiede di trattare è molto vasto, per poterle rispondere avremmo bisogno di ricevere da lei delle domande un po’ più precise, una traccia da seguire.

Sarà nostra cura fornirle tutte le informazioni.

Saluti. Ecc


Studente (insiste):

Volevo sapere come sono fatti i vostri prodotti, i materiali e le procedure costruttive. Mi servono per il mio corso di Design.



Che dire ? Ci vorrebbe qualche ora (giornata ?) per fornire una pappa pronta anche solo parzialmente esaustiva a questioni poste in maniera così vaga, e noi tutto quel tempo non ce l’abbiamo.

La nostra azienda ha già aiutato vari studenti a fare tesi e tesine sui nostri prodotti, sia fornendo materiale tecnico e illustrativo e rispondendo alle domande, sia accompagnandoli a visitare lo stabilimento, con le opportune spiegazioni. E’ inoltre permesso di fotografare o filmare le fasi della produzione.

Però la tesi, no, quella proprio non possiamo farvela.

lunedì 1 ottobre 2007

Nelle rp il pubblico batte il privato? 

Leggo nel dossier di Toni Muzi Falconi, Social media e relazioni pubbliche: come cambia nel mondo la funzione delle rp del 9 maggio 2007, che la funzione rp è presente nel 60 % delle amministrazioni pubbliche contro il 30 % delle aziende private (il restante 10 % riguarda il settore sociale).

Mi colpisce la percentuale dimezzata del privato rispetto al pubblico.

Anche negli Stati Uniti il settore pubblico è in vantaggio, con un 50 % contro un 40 % del privato, ma con un divario di molto minore.

Il pregiudizio (?) corrente associa il privato a concetti di efficienza, rapidità di esecuzione, qualità, competenza e modernità. Mentre il pubblico è tradizionalmente fatto coincidere con lentezza, disservizi, minori competenze degli operatori e scarsa propensione all’innovazione.

Nelle rp i numeri potrebbero dimostrare il contrario. Ma i numeri a volte dicono poco.

Allora delle due l’una:

- o il settore pubblico ha recepito così bene i dettami della legge 150/2000 e ha potenziato notevolmente la funzione rp nello sforzo di instaurare finalmente un rapporto più aperto con i cittadini

- oppure la proposta di Nicolais di assumere un solo dipendente pubblico per ogni tre che andranno in pensione è indice di un sovraffollamento degli uffici che forse potrebbe riguardare anche la funzione relazioni pubbliche.